03 Set Il Nepal non chiede carità, ma giustizia
Dopo la catastrofe del Bhotekoshi, il Nepal chiede alla comunità internazionale di riconoscere una responsabilità climatica: non soltanto aiuti umanitari, ma compensazione per perdite e danni. Al centro della nuova strategia di Kathmandu c’è anche il Fund for Responding to Loss and Damage.
Il 26 agosto il fiume Bhotekoshi, nel nord del Nepal, si è trasformato in una forza distruttiva senza precedenti nella memoria recente del Paese. Una massa enorme di acqua, ghiaccio, roccia, fango e detriti ha attraversato in pochi minuti le valli di Rasuwa, Nuwakot e Dhading, travolgendo abitazioni, strade, ponti, scuole e infrastrutture energetiche.
Il disastro ha lasciato dietro di sé un territorio profondamente trasformato. Secondo le prime valutazioni, circa 1,6 milioni di persone sono state interessate dall’evento e migliaia di edifici risultano danneggiati o distrutti. Il costo della ricostruzione potrebbe raggiungere i 4-5 miliardi di dollari.
Ma mentre proseguono le ricerche dei dispersi e gli interventi di emergenza, Kathmandu sta aprendo un’altra partita, questa volta sul piano internazionale.
Dall’aiuto alla giustizia climatica
Il ministro degli Esteri Shisir Khanal ha annunciato un cambio di prospettiva: il Nepal non vuole che una catastrofe di questa portata venga considerata esclusivamente una questione di aiuti umanitari.
Il governo sta chiedendo “justice and compensation”, giustizia e compensazione climatica, sostenendo che i grandi Paesi emettitori debbano assumersi una parte delle conseguenze della crisi climatica.
La posizione è particolarmente significativa per un Paese come il Nepal. La sua quota di emissioni globali è minima, mentre la sua esposizione ai cambiamenti climatici è elevata. L’Himalaya si sta riscaldando e gli ambienti glaciali stanno subendo trasformazioni profonde, con conseguenze sulla stabilità dei versanti, sui ghiacciai e sui sistemi idrici.
Questo non significa che ogni singolo evento estremo possa essere attribuito automaticamente al cambiamento climatico. Ma significa che il cambiamento climatico sta modificando le condizioni di rischio nelle quali questi eventi si verificano. Anche il governo nepalese ha sottolineato che i rischi per le comunità himalayane stanno aumentando insieme alla crisi climatica.
Che cos’è il Loss and Damage?
È in questo contesto che entra in gioco il Fund for Responding to Loss and Damage (FRLD).
Il fondo nasce da una delle questioni più controverse e importanti della diplomazia climatica. Alla COP27, nel 2022, i governi hanno deciso di creare nuovi meccanismi finanziari per sostenere i Paesi in via di sviluppo particolarmente vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico. Alla COP28, nel 2023, il fondo è stato formalmente operativo.
Il suo obiettivo è affrontare quelle che vengono definite loss and damage: perdite e danni economici e non economici associati agli effetti del cambiamento climatico, sia quelli provocati da eventi estremi sia quelli legati a fenomeni che si sviluppano lentamente.
La distinzione è importante. La politica climatica internazionale agisce tradizionalmente su due fronti.
- Mitigazione: ridurre le emissioni per limitare il riscaldamento globale.
- Adattamento: aiutare le comunità a prepararsi alle conseguenze del cambiamento climatico.
Ma cosa succede quando non è più possibile né evitare né adattarsi completamente a un impatto? Quando una casa viene spazzata via da una piena, quando una strada viene cancellata, quando un raccolto viene perduto, quando un’intera comunità deve abbandonare il proprio territorio, siamo di fronte a perdite che non possono essere semplicemente “adattate”. È questa la questione alla base del Loss and Damage.
Non è un fondo per i risarcimenti automatici
Qui è necessaria una precisazione.
Il Fund for Responding to Loss and Damage non è un tribunale e non stabilisce quali Paesi siano giuridicamente responsabili di un determinato disastro. Non esiste un meccanismo automatico attraverso il quale un Paese colpito presenta una fattura a un Paese emettitore e riceve un risarcimento proporzionale alle emissioni storiche.
Il fondo è invece uno strumento multilaterale di finanziamento, creato per sostenere i Paesi vulnerabili nell’affrontare perdite e danni associati agli impatti climatici. Il suo funzionamento è affidato a un Board indipendente, mentre la Banca Mondiale svolge, per un periodo iniziale, il ruolo di host e trustee. Ed è proprio questa distinzione a rendere interessante la strategia del Nepal.
Kathmandu sta portando avanti contemporaneamente due richieste. Da una parte chiede al Loss and Damage Fund un sostegno finanziario urgente per affrontare le conseguenze del disastro. Dall’altra sostiene, sul piano politico e diplomatico, che i grandi emettitori debbano compensare i Paesi che subiscono conseguenze sproporzionate della crisi climatica. Le due posizioni condividono lo stesso principio di fondo, ma non costituiscono lo stesso meccanismo.
Il primo vero banco di prova
La richiesta nepalese arriva inoltre in un momento cruciale per il nuovo fondo. Il FRLD rappresenta una conquista importante per i Paesi vulnerabili, ma deve ancora dimostrare di poter trasformare il principio di solidarietà climatica in risorse concrete, accessibili e sufficientemente rapide. Il caso del Nepal potrebbe quindi assumere un significato che va oltre i suoi confini.
Se un Paese montano tra i più vulnerabili al cambiamento climatico subisce una catastrofe che richiede miliardi di dollari per la ricostruzione, la domanda diventa inevitabile: quanto è adeguata l’attuale architettura della finanza climatica rispetto alla dimensione reale delle perdite?
La stessa Banca Mondiale riconosce che il fondo è stato creato per colmare una lacuna fondamentale nella finanza climatica internazionale, sostenendo i Paesi vulnerabili di fronte a eventi estremi e fenomeni a insorgenza lenta. Ma la distanza tra le risorse disponibili e i bisogni è ancora enorme.
Perché il Nepal riguarda tutti
La questione non riguarda soltanto le comunità che vivono lungo il Bhotekoshi e il Trishuli. L’Himalaya è una delle grandi riserve d’acqua del pianeta. I suoi ghiacciai alimentano sistemi fluviali dai quali dipendono agricoltura, energia e approvvigionamento idrico di milioni di persone in Asia meridionale.
Quando un ghiacciaio collassa, quando un fiume cambia improvvisamente corso o quando una valle viene investita da un’ondata di acqua e detriti, gli effetti possono propagarsi molto oltre il luogo in cui il fenomeno ha avuto origine. Il disastro del Bhotekoshi mostra dunque con particolare evidenza una delle caratteristiche della crisi climatica: chi è più esposto non è necessariamente chi ha maggiormente contribuito a crearla.
È una questione di responsabilità, ma anche di equità. Il Nepal sta cercando di trasformare questa consapevolezza in una posizione diplomatica precisa. La sua richiesta non è soltanto: “aiutateci a ricostruire”.
È: riconoscete che il costo della crisi climatica non può ricadere soprattutto su chi ha contribuito meno a provocarla.
Dal Nepal una richiesta al mondo
La vera sfida, ora, sarà trasformare il principio in azione.
Servono finanziamenti sufficienti e accessibili per affrontare le perdite e i danni. Servono investimenti nell’adattamento, sistemi di monitoraggio e allerta sempre più efficaci, infrastrutture capaci di resistere a eventi estremi e una drastica riduzione delle emissioni globali. E serve soprattutto superare l’idea che la solidarietà climatica sia una forma di beneficenza. Per il Nepal, il disastro del Bhotekoshi è anche una domanda rivolta alla comunità internazionale: chi paga il prezzo di una crisi che non tutti hanno contribuito allo stesso modo a creare?
La risposta che Kathmandu sta dando è chiara. Il Nepal non chiede carità. Chiede giustizia climatica.

