05 maggio Riflessioni di una donna di Gatlang su migrazione, cambiamento climatico e legame con la terra
Gatlang, un remoto villaggio Tamang
Il villaggio di Gatlang, all’interno della Municipalità Rurale di Aamachodingmo, giace a 2300 metri in una delle aree più remote del Nepal. La sua popolazione è composta prevalentemente da famiglie appartenenti al gruppo etnico Tamang, comunità che vivono in condizioni marginali e altamente precarie. La maggior parte degli abitanti di Gatlang vive al di sotto della soglia di povertà e si affida all’agricoltura di sussistenza e all’allevamento per il proprio sostentamento.
L’area è economicamente molto fragile, anche a causa dell’isolamento geografico che la caratterizza. Gatlang si trova infatti su un versante montano a sé stante, in una delle diramazioni più remote del distretto di Rasuwa. I collegamenti stradali per raggiungere questa zona dai centri abitati più vicini sono impervi e dissestati, e soggetti al costante rischio di frane.
L’impatto devastante della crisi climatica in aree montane
Tutta questa fascia montana sta sperimentando le crescenti pressioni del cambiamento climatico, che con una serie di effetti a catena ha modificato in maniera flagrante i ritmi delle stagioni, il regime delle precipitazioni e gli equilibri della vita fra fauna ed esseri umani. Periodi di secca eccessiva, senza fasi in cui le nevicate proteggano le colture, si alternano a monsoni eccessivamente prolungati, con preoccupanti conseguenze come gravi fenomeni di erosione del suolo, siccità, frane, stress termico e incendi boschivi estesi. Tutta la foresta sopra Gatlang è soggetta a continui incendi che proseguono da anni, durante gli inverni più caldi di anno in anno.
Gli azzardi del clima e le trasformazioni che questo sta imponendo sulla natura hanno marcate ripercussioni sulla vita a Gatlang: vengono danneggiate le rese dei raccolti, la salute del bestiame, e così anche le poche rendite derivanti dal commercio dei prodotti agricoli.

Cause ed effetti dell’emigrazione giovanile
Non casualmente gran parte dei giovani dell’area sceglie di spostarsi altrove, non appena le condizioni lo consentono. Molti si dirigono verso la capitale, Kathmandu, altri arrivano fino ai Paesi del Golfo, alla ricerca di lavori più redditizi e di uno stile di vita più moderno. A lasciare Gatlang sono soprattutto i giovani uomini, anche se la tendenza sta coinvolgendo sempre di più anche le ragazze.
Ciò fa sì che la popolazione residente nell’area sia composta principalmente da donne, anziani e bambini. Di conseguenza, sulle donne ricade il peso del lavoro nei campi, così come di tutto ciò che è necessario alla continuazione della vita nel villaggio, responsabilità che si sommano al lavoro di cura dei più piccoli e dei più vecchi.

Supina Tamang, migrazione come necessità
In questo contesto abbiamo incontrato Supina Tamang, una donna di 32 anni che vive a Gatlang combinando il lavoro del suo terreno con la gestione di un piccolo negozio nel villaggio. Supina qualche anno fa si era spostata a Kathmandu coi suoi due bambini, per poi scegliere di tornare a Gatlang una volta resasi conto di soffrire la solitudine della vita urbana, e di voler dare ai suoi figli aria pulita, acqua buona e un ambiente sereno in cui crescere.
“Sono tornata prima di tutto perché è il luogo in cui sono nata. Conosco tutto e tutti qui. E poi qui c’è l’aria fresca, e l’acqua migliore, anche in estate, fredda come da frigo.”
Supina racconta che nella sua stanza nella capitale si sentiva annoiata e alienata, confusa dall’assenza dei legami a cui era abituata. Nel villaggio in cui è nata, invece, non si sente mai sola: ogni emozione, che sia dolore o felicità, è condivisa, è vissuta in comunità. Ritiene che ciò che più conta sia la connessione emotiva, con la terra e fra le persone.
Legami che si disgregano
Purtroppo, non può fare a meno di notare che questo senso di connessione emotiva sta sparendo anche a Gatlang: lo dimostra il fatto che molte persone decidono di andarsene, attratte da nuovi valori e dalle possibilità del mondo contemporaneo. Ma soprattutto, perché
“nessuno vuole restare quaggiù e morire in povertà”.
Supina esprime grande preoccupazione per l’abbandono di Gatlang da parte delle nuove generazioni, fenomeno che si traduce nell’abbandono dei genitori e dei nonni anziani, i quali restano senza nessuno che si prenda cura di loro.
“Nella nostra società, di generazione in generazione, e nella nostra cultura, è consuetudine che le generazioni più giovani si prendano cura degli anziani, giusto? Perché non siamo indipendenti. Siamo come una famiglia allargata, no?”
Nonostante questi pensieri, la stessa Supina non può fare a meno di pianificare di passare anche lei un periodo all’estero, nei paesi del Golfo. La sua idea è di fare un ’bout di soldi e potersi garantire la stabilità finanziaria che le renderà possibile tornare a Gatlang. La migrazione si presenta più come una necessità che una libera scelta.

Percezioni a confronto: una natura che smette di funzionare
Quando le chiediamo delle trasformazioni che percepisce rispetto all’andamento del clima, Supina risponde che negli ultimi anni le precipitazioni stanno visibilmente mutando cadenze e intensità, e i giovani sono ben consapevoli della crisi climatica in corso. Purtroppo la gente di Gatlang non sta riuscendo ad adattarsi ai cambiamenti:
“Si è sempre usato affidarsi alle piogge, seguendo il ritmo stagionale. Ma ora quando c’è bisogno di pioggia, non piove, quando non c’è bisogno di pioggia, piove. E poi la gente non conosce la pratica dei sistemi d’irrigazione, deviare i corsi d’acqua e irrigare la terra così.”
Il problema, secondo Supina, è che occorrerebbe una strategia coordinata e collettiva. Nessuno da solo può realizzare un sistema d’irrigazione sufficiente a rappresentare una svolta per le coltivazioni di tutto il villaggio. E gli anziani, aggiunge, non supportano questa idea:
“Siamo sempre stati dipendenti dalla natura! Com’è possibile che ora ci serva un sistema d’irrigazione?”
Coltivare prospettive, unirsi e coordinarsi
Con grande lucidità, Supina riesce comunque a immaginare possibili scenari per il futuro del suo villaggio. Ha visto molti giovani a Gatlang mostrare ancora interesse per l’agricoltura e crede che sarebbe necessaria una pianificazione collettiva del lavoro agricolo. Si dovrebbe organizzare le colture seguendo un calendario stagionale, usando metodi di rotazione delle colture e focalizzandosi sulle colture da reddito, come aglio, cavolo e cipolle. Forse così l’agricoltura riuscirebbe a rappresentare un’opportunità realistica di reddito, e convincere qualcuno a restare.
Conclusioni
La testimonianza di Supina Tamang è quella di chi, pur vivendo in un contesto altamente critico, sceglie di provare a restare e coltivare una prospettiva per luoghi come Gatlang, fra le alte colline dell’Himalaya. Una scelta che, però, per la maggior parte dei giovani di queste zone risulta estremamente difficile. Per Supina è valso il legame emozionale con la propria terra, il sentimento di benessere che scaturisce dalla vita in comunità, e il chiaro desiderio di una vita a contatto con una natura pura e salubre. Tutti elementi di una realtà in crisi, in cui le conseguenze devastanti del cambiamento climatico si sommano alla durezza della vita quotidiana, pendendo gravemente sul futuro delle aree montane.


